[galleries] The Afeman Goes Live!

Lab 12, Vigevano (I), 15.10.2004

 

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Parole di Paolo

Un giorno l'universo esploderà con un fragore indescrivibile o nel più totale silenzio, moriranno miliardi di esseri e rimarranno distrutte migliaia di cose o non ci sarà nessuno ad assistere e l'universo sarà come un piccolo origami piegato su se stesso che cambia colore al tatto; un giorno occhi dietro una mano tesa vedranno stelle negli spazi tra le dita, disegneranno città orbitanti su frammenti ancora integri di mura scrostate usando schegge carbonizzate di matite; un giorno il pascolo ora onde che ti indicarono dieci anni prima tornerà erba a distesa d'occhio e mammouth e non ci sarà più nulla a soffiare fumo nel vento con orbite piene di disgregazione ed impermanenza e la bocca che utters tutt'altro; un giorno ti troverai confuso nel centro d'una piazza, il tempo di tendere una mano per far qualcosa ed avrà inizio tutto; un giorno, come ti dice Laura domenica notte, questi saranno solo abiti di scena.

Un giorno: sotterraneo del Lab Dodici, luce arancio da candelabri sintetici, nave spaziale in un angolo sulla quale gli occhi di tutti si puntano e alla lunga s'incrociano, mettendo fuori fuoco e baluginando, uno schermo che trema e vacilla, s'assesta tentativamente per segnare capitoli e riparte in tornadi di prospettiche shoot'em all sotto metamfetamine, mappe planetarie e cerchi tracciati a marker nero, fermi contemplanti erbe e mancate catture della luce, bulerìas di volti e cani, finestre che saltano, umani come fantasmi intrappolati in istanti dove scendono scale per sempre.
Ovviamente non riesci a parlare per quasi un'ora: la scusa ufficiale è che da bravo boy-scout sei impegnato a fare foto ma col cazzo che è così; puoi anche dirlo dopo, quando per dirgli com'è andata vorresti bestemmiare dalla gioia e commozione e wormhole che risucchia cinquanta e più persone durante My Playground, con un bimbo in super8, che con tutto il tempo del mondo si rialza, cade ancora, incespica e finge di arrancare ad un angolo strano, su un dirupo verde come nulla lo è più ormai e sotto un cielo che compare per quattrodici secondi raggelando, siglando cornice e contesto d'una scena che nessuno dimenticherà.
Pensare in quell'immagine alla metafora umana, al disastrato percorso di scimmie troppo confuse che credono di dover raggiungere per forza le stelle si fa sempre in tempo: finisce in standing ovation ovviamente, e come mai in nessuna performance la gente non corre a vedere l'attrezzatura, lo sanno tutti cos'è successo anche se nessuno riesce a narrativizzare, lo sanno tutti e corrono dalla persona a toccarla, abbracciarla, articolando sillabe ed ellissi di sciarade ancora sotto shock ontologico per il contatto con l'aggregato, per tutto ciò che nel fugace corso d'una singola ora è stato.

Un giorno, quando verranno troppo in fretta, senza permettere narrativa, istanti prima che tutto si upgradi in una allucinazione globale dovrai davvero bisbigliare ad Andrea lo stesso grazie che bisbigliasti a Davide, per aver chiuso, nel piccolo e percepibile recinto d'un frammento di giornata, l'intero del tempo senza tempo a venire, unico memento possibile per, appunto, scimmie confuse sotto le stelle.

Grazie ovviamente glielo hai già detto; e dovessi trovarti ora a piegarlo in tempo immaginario come un origami i gesti direbbero solo, e con estrema precisione, il cuore che, occhi pieni di liquido amniotico, io stavo, e muoveresti la destra ad alzare l'aria all'altezza del torace mimando quel sospiro: ma non sarebbe altro che una scimmia confusa che appunto rende in gesti sinossi d'una sola riga per dire: ladies and gentlemen, this has been The Afeman Goes Live.*

* Original version of this text appearead 18th October 2004 on Tsunami Notes.

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